La Beatitudine

Nel campo celeste odierno, molto movimentato e stimolante, Giove, Signore dell’Amore e Saggezza e Mercurio, il Magister Musicae, portatore del Raggio dell’Armonia, si trovano entrambi in Cancer, il primo in trigono con Venere, la Mente illuminata, che transita al centro di Scorpio, ed il secondo con Saturno e Nettuno, congiunti all’incipit di Aries, il segno degli inizi. Mercurio, inoltre, si oppone a Plutone, il distruttore delle forme obsolete che sta ai primi gradi d Aquarius, segno della nuova Era ed è congiunto alla Musa Talia, Colei che è festiva, portatrice di gioia e ironia.

Oggi, insomma, risuona nel cielo quella gioia amorevole che il Cristo definì ‘una saggezza speciale’, che ci parla di nuovi inizi ed i nostri cuori riconoscenti rispondono a quel richiamo aprendosi come fiori ed emanando il profumo della loro bellezza.

In questo contesto luminoso riflettiamo allora su quello speciale stato di coscienza che chiamiamo Beatitudine.

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Iniziamo ritornando con la mente del cuore al tempo in cui il Grande Maestro camminava sulle strade della Terra portando la buona Novella. Un giorno Egli fece un discorso, ricordato come “Il Discorso della montagna”, nel quale, parlando a tutti coloro che si erano radunati per ascoltarlo ed a quelli che lo avrebbero ascoltato in futuro, disse così:

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. (…)” (dal Vangelo di Matteo 5 – 7)

Al suono potente di quelle parole, probabilmente molti degli astanti si sentirono rincuorati, intesero il valore delle loro esistenze e compresero di essere, in un certo senso, dei privilegiati, di essere cioè incamminati su una via di salvezza e beatitudine e, verosimilmente, decisero di aumentare il loro impegno a condurre l’esistenza nella rettitudine, senza lasciarsi distogliere dalle malignità del mondo. La beatitudine qui, dunque, è la ‘ricompensa degli Uomini giusti’, che possono accedere a barlumi di cielo ai quali appigliarsi nel mezzo delle vicende della vita ordinaria.

Dopo dodici secoli, San Francesco fece un discorso analogo ai compagni che lo seguivano, parlando della perfetta letizia, quello stato di gioia autentica e di serenità interiore che si trova nell’accettazione delle sofferenze e delle ingiustizie con pazienza, amore e gratitudine.
Come sempre avviene, alcuni, anche vicini a lui, non compresero le Sue parole, ma altri ne percepirono il valore e ancora oggi continuano a seguirLo sulla via della beatitudine

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Nella prima metà del secolo scorso, il Maestro dell’Agni Yoga pose, all’inizio della trasmissione del Suo Insegnamento, sette affermazioni che ne definirono la natura intrinseca e fissarono la qualità del rapporto con gli allievi ai quali Egli si stava donando:

Io sono la tua Beatitudine
Io sono il tuo Sorriso
Io sono la tua Gioia
Io sono il tuo Riposo
Io sono la tua Forza
Io sono il tuo Valore
Io sono la tua Saggezza

Sono frasi incisive e chiaramente assimilabili ai sette Raggi, che fanno pensare che debbano essere intese come altrettanti modi per descrivere quello stato di grazia, quella quieta e lieta pienezza, quella perfezione relativa indipendente da qualsiasi situazione esteriore, che riconosciamo come Beatitudine.
La nostra Beatitudine, dunque, è il Sorriso del Maestro, così come lo vediamo raffigurato nei quadri o scolpito nelle statue sul volto dei grandi Esseri e che, quando sboccia in noi, percepiamo come un senso di saturazione amorevole, sottile, inclusiva, profonda.
Il terzo aspetto della Beatitudine ci parla di quella Gioia lieve e cristallina che promana dall’aura del Maestro e che ci invade talvolta all’improvviso quando siamo di fronte al Suo Insegnamento o alla bellezza del creato.
Il quarto è il Suo Riposo, quel ‘luogo’ di pace ove tutti gli opposti si risolvono in armonia, quella quiete confidente e serena che proviene dalla consapevolezza che Egli è in noi ora e sempre.
Ed è dalla Sua Forza che sentiamo scaturire quella certezza tranquilla e fiduciosa, ma determinata, che ci permette di osar dire, guardando le stelle lucenti: “Salute a voi, Fratelli!”
Il sesto aspetto della Beatitudine è il Valore del Maestro che abita in noi e che cancella ogni residua paura dai nostri cuori; lo sperimentiamo in quel silenzio teso nel quale abbiamo la consapevolezza che nulla è impossibile.
L’ultimo aspetto è la Sua Saggezza, che ci consente di riconoscerci infine, a nostra volta, maestri.
Ricordiamo, inoltre, che il Maestro ci dice che “ciascuno possiede un ricettacolo di beatitudine che gli è stato affidato”: è il nostro tesoro, che va custodito ed alimentato con cura nel cuore comune.

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Nello stesso periodo temporale, ricchissimo di Insegnamenti, il Maestro Tibetano, nel Trattato del Fuoco Cosmico, ci spiega che la Beatitudine si trova sul livello di coscienza atmico ed è la sublimazione del senso dell’udito: ha quindi attinenza col Suono che crea e mantiene in esistenza il Creato.

Riportiamo parti di quanto vien detto nel testo a tale proposito (vedi pagg. ingl. 190 – 192):

 Udito. Questo è propriamente il primo senso che si manifesta; il primo aspetto della manifestazione è quello del suono, il suono è quindi necessariamente la prima cosa notata dall’uomo sul piano fisico, il piano della manifestazione più densa e degli effetti più appariscenti del suono, considerato come fattore creativo. Il piano fisico è prima di tutto il piano dell’udito; questo è quindi il senso attribuito al piano più basso dell’evoluzione e ai sottopiani più bassi di ognuno dei cinque piani. Sul settimo piano, il piano più basso, l’uomo deve pervenire alla piena conoscenza dell’effetto della Parola Sacra che costantemente risuona. Riverberandosi in tutto il sistema conduce la materia nei luoghi destinati. È sul piano fisico che esso trova il suo punto di materialità estrema e la sua manifestazione più concreta.

La chiave che l’uomo deve scoprire e girare riguarda la rivelazione del mistero:

  1. Del suo stesso suono.
  2. Del suono del suo fratello.
  3. Del suono del suo gruppo.
  4. Del suono dell’Uomo Celeste con il quale è collegato.
  5. Del suono del Logos, o suono della natura; il suono del sistema solare, del Grande Uomo dei Cieli.

Notiamo quindi che sul piano fisico l’individuo deve trovare la propria nota, nonostante la densità della forma:

  1. Sul piano fisico trova la propria nota.
  2. Sul piano astrale trova la nota del suo fratello; mediante l’identità dell’emozione perviene al riconoscimento dell’identità del suo fratello.
  3. Sul piano mentale comincia a trovare la nota del suo gruppo.
  4. Sul piano buddhico, o piano della saggezza, comincia a trovare la nota del suo Logos planetario.
  5. Sul piano atmico, o spirituale, la nota logoica comincia a risuonare entro la sua coscienza.

 L’udito sul piano astrale è comunemente chiamato chiarudienza, e consiste nella facoltà di udire i suoni del piano astrale. È una facoltà che si manifesta nella totalità del corpo astrale, poiché l’individuo ode con tutto il suo veicolo, e non soltanto con gli organi specializzati, le orecchie, che sono il prodotto dell’azione e reazione sul piano fisico. 

 L’udito sul piano mentale è semplicemente l’estensione della facoltà di distinguere i suoni. L’udito su tutti questi piani è l’udito che riguarda la forma, la vibrazione della materia, il non sé. Non ha a che fare con la psiche, o la comunicazione telepatica che procede da mente a mente, bensì con il suono della forma, ossia con quel potere mediante cui un’unità separata di coscienza è consapevole di un’altra unità che non è essa stessa. Tenetelo ben presente. Quando l’estensione dell’udito diventa tale da interessare la psiche, allora è chiamato telepatia, ossia quella comunicazione senza parole che è la sintesi dell’udito su tutti e tre i piani inferiori, e che è conosciuta dall’Ego nel corpo causale sui livelli senza forma del piano mentale.

 Sul piano buddhico l’udito (che allora è la qualità sintetica detta telepatia) si manifesta come totale comprensione, poiché comporta due cose:

  1. La conoscenza ed il riconoscimento del suono individuale
  2. la stessa conoscenza del suono di gruppo e la loro completa unificazione. Questo produce la comprensione più perfetta, ed è il segreto del potere del Maestro.

 Sul piano atmico questo udito perfetto diviene beatitudine. Suono, fondamento dell’esistenza; suono, metodo d’essere; suono, ultimo unificatore; suono, quindi riconosciuto come la raison d’être, come metodo d’evoluzione, e quindi come beatitudine.

Sulla base di queste indicazioni le nostre menti, di primo acchito, potrebbero farci credere di essere ben distanti dal piano atmico, ove ha sede la Beatitudine. Ma non è così: innanzi tutto perché, come sappiamo, la distanza è un’illusione; poi perché, come gruppo, siamo già sicuramente attestati sul livello telepatico e siamo dunque prossimi al piano buddhico; inoltre, sappiamo che i piani di coscienza non sono impermeabili e, quando la nostra consapevolezza si stabilizza su un dato livello, già scintille di coscienza si proiettano su quelli successivi.
Consideriamo infine che, mentre l’udito si trasfigura in Beatitudine, anche gli altri sensi cominciano a trasmutare la loro natura ed a rafforzare il processo di elevazione.
Possiamo affermare allora che tutti conosciamo il suono senza suono della Beatitudine, quell’oceano infinito di silenzio che il cuore assorbe e contiene, nel quale possiamo ritrovarci immersi, d’un tratto, in mezzo al rumore quotidiano, folgorati dalla bellezza della terra, dal silenzio del cielo, o dalla potenza senza tempo di un’opera d’arte, o ancora quando siamo avvolti e penetrati dalla musica composta e suonata con maestria da menti e mani umane.

Lasciamoci dunque condurre dall’aspirazione dello spirito che, come dice il Maestro, è lo ‘scintillio della Beatitudine’ e ci consente di incamminarci con decisione verso la vetta maestosa di Shamballa.

L’Occhio universale di Shamballa trasmette Beatitudine all’uomo; è una Luce sulla sua via; è quella Stella che ha sempre guidato tutti i cercatori.
(Collezione Agni Yoga, Gerarchia § 5)

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3 risposte a La Beatitudine

  1. Mel dice:

    Grazie per quanto scritto. È preziosa ogni parola.
    Apro una breccia, nel punto dove la mia coscienza, vede ora con maggior chiarezza quello che è un passo molto conosciuto.

    ” Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (…)”

    Non è un passo del vangelo, semplice.. l’ego se ne appropria e ognuno si sente nel giusto o peggio ancora “il” giusto.
    Questo passo è forse il più frainteso di tutta la storia spirituale dell’Occidente.
    Perché parla ai poveri di spirito, ma viene ascoltato dai pieni.
    Parla ai vuoti, ma viene interpretato dagli ego che cercano una medaglia.

    Eppure non descrive “categorie morali”.
    Descrive stati dell’Essere.
    Livelli di spoliazione.
    Condizioni interiori in cui il mentale crolla e resta solo il nudo del cuore.

    Il povero in spirito non è l’umile che fa il bravo.
    È colui cui è stato tolto tutto ciò che poteva gonfiare il sé.
    Colui che non ha più difese, strutture, certezze, narrazioni da usare come scudo.
    Uno che non possiede nulla nemmeno dentro.
    Che non si appoggia a nessuna identità costruita.
    Quello è il Regno, dicono i mistici:
    quando non hai più nemmeno un “io” da proteggere.

    L’afflitto non è il lamentoso.
    È quello che ha attraversato la frattura senza anestesia.
    Che non fugge il dolore e non lo modella in virtù.
    Lo sente, lo lascia lavorare, e proprio lì, nella carne aperta, arriva la consolazione reale, non la consolazione psicologica immaginata e desiderata.

    Il mite non è il buono di superficie.
    È chi non oppone violenza perché ha smontato la radice della reattività.
    La mitezza è potere trasformato, non debolezza.
    Per questo eredita la terra: perché non la deve conquistare, ne è parte.

    Chi ha fame di giustizia non è il moralista.
    È chi è assetato di verità, non di ragioni.
    È la fame di ciò che è reale, non di ciò che conviene.

    Il puro di cuore non è il puro di moralità:
    è chi non mente più a se stesso.
    È chi vede.
    Chi non ha doppi fondi.
    E per questo vede “Dio”: perché il cuore è diventato trasparente al reale.

    Quando queste parole finiscono nelle mani dell’ego, diventano un travestimento spirituale.
    Ognuno si proclama mite, puro, afflitto, perseguitato e il regno dei cieli diventa una bandiera personale, strutturata, organizzata, progettata con cautela e cura, da una finta sapienza.

    Ma Gesù non stava parlando agli ego.
    Parlava a quelle parti di noi che non possono usare queste parole per innalzarsi.
    Parlava al punto in cui cadiamo a terra e non abbiamo più dove alzarci.

    Chi ci è passato lo sa,
    Nel buio, attraverso notti dove l’ego non ha più avuto voce, rimane solo la sete della Cosa Vera, e non è facile, ne poco doloroso giungere fino a qui. E non è mai davvero finita, perché l’oscurità è parte integrante di ciò che ancora proiettiamo.

    Ora lo comprendo, le Beatitudini non sono un premio per i buoni.
    Sono fotografie dello stato in cui l’anima, svuotata, diventa capace di verità.

    Da cuore a cuore…
    Grazie a Tutti.

  2. Marilu dice:

    Parole che ci innalzano, che toccano il cuore nel profondo.
    Gratitudine.
    Marilù

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