Valore

Glossario – Valore

 

Etimo secondo TPS

Dal latino tardo valor, derivato dal verbo classico valere, essere forte, gagliardo, avere pregio. Relativamente ai nomi, “avere forza di significare”. Il suffisso latino-or indica disposizione o stato.

Dalla radice indoeuropea *BAL-, che esprime l’idea di forza vitale.

Valore significa pertanto elemento di forza e qualità

Relativamente ai nomi: forza vitale del significato


Treccani

 

valóre s. m. [dal lat. tardo (in glosse) valor -oris, der. di valere: v. valere]. –

1. Riferito a persona indica:

a. Possesso di alte doti intellettuali e morali, o alto grado di capacità professionale: un uomo, una donna di v., di gran v. (precisando: nella scienza, nell’arte, nella politica, ecc.); medico, avvocato, pittore, musicista, geografo, uomo politico di v., di alto v.; gente di molto valore Conobbi che ’n quel limbo 32eran sospesi (Dante); enfatico, con senso concr., persona di grandi capacità: è un v., un vero valore! Nella lingua letter. ant., come sinon. di virtù, equivale talvolta a nobiltà d’animo: In sul paese ch’Adice e Po riga, Solea valore e cortesia trovarsi (Dante); o indica particolari meriti: La gentil donna che per suo valore Fu posta da l’altissimo signore Nel ciel de l’umiltate, ov’è Maria (Dante); o particolari capacità: O buono Appollo, a l’ultimo lavoro Fammi del tuo valor sì fatto vaso … (Dante: qui è la virtù poetica). Nella Divina Commedia, la parola indica inoltre l’onnipotenza di Dio, la somma delle sue virtù: Laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore Da ogne creatura (Purg. XI, 4) o Dio stesso, detto l’etterno valore (Purg. XV, 72; Par. I, 107 e XXIX, 143), lo primo e ineffabile Valore (Par. X, 3). Sempre come sinon. di virtù è riferito da Dante anche all’influenza esercitata dalle stelle: Noi sem levati al settimo splendore [al cielo di Saturno], Che sotto ’l petto del Leone ardente Raggia mo misto giù del suo v. (Par. XXI, 15).

b. Coraggio, ardimento dimostrati nell’affrontare i nemici in combattimento e nel sostenere fermamente le dure prove che la guerra comporta, anche con pericolo della propria vita: lottare, combattere, resistere, difendersi con v., con grande v.; le mirabili prove di v. dei nostri soldati; dare prova di eroico v., d’indomito v.; ricompense, decorazioni al v. militare (medaglia d’oro, d’argento, di bronzo e croce al v. militare), e, analogam., al v. di marina, per decorare persone segnalatesi per atti di coraggio e di filantropia in mare, e al v. civile, per il coraggio, l’ardimento, lo sprezzo del pericolo dimostrati in qualità di semplice cittadino, non in guerra, esponendosi a grave pericolo per salvare o portare aiuto ad altri cittadini.

c. ant. Forza, capacità fisica e psichica: E così smorto, d’onne [=ogni] valor voto, Vegno a vedervi, credendo guerire (Dante); lei, dolce cadente Sopra di te, col tuo valor sostieni, E al pranzo l’accompagna (Parini); di più far lamento Valor non mi restò (Leopardi); anche, forza di qualche singola facoltà, come la vista: io ti fiammeggio nel caldo d’amore …, Sì che del viso tuo [= della tua vista, dei tuoi occhi] vinco il v. (Dante).

2.

a. Nell’economia politica classica, con riferimento a un bene, si distingue tra il v. d’uso, cioè la capacità del bene di soddisfare un bisogno, e il v. di scambio, la proprietà del bene di acquistare altri beni, cioè il suo «prezzo relativo»; teoria del v., quella che spiega il valore di scambio (o prezzo relativo) dei beni; teoria del v.-lavoro, quella enunciata dagli economisti classici e successivamente sviluppata da K. Marx, per il quale il valore di una merce è la somma del valore dei mezzi di produzione impiegati (capitale costante), del valore della forza lavoro (capitale variabile) e del plusvalore creato nel processo produttivo (v. anche neovalore). Nelle teorie economiche successive, e in partic. nell’economia marginalista, il valore di scambio dei beni viene invece spiegato dal loro stesso valore d’uso (utilità). Nel linguaggio economico contemporaneo il termine valore perde rilevanza presentando spesso sinonimia con le espressioni v. di scambio (cioè v. commerciale, v. di mercato, v. venale), e quindi con ragione di scambio o con prezzo, salvo a mantenere talvolta il primitivo sign. di «valore d’uso» o «di stima»; permane tuttavia con sign. particolare nella locuz. v. aggiunto che, con riferimento a una singola impresa, rappresenta la differenza tra il valore della sua produzione di beni e servizî e il valore dei beni e servizî intermedî provenienti da altre imprese e consumati dalla stessa impresa in un periodo dato: tale differenza può essere calcolata al costo dei fattori o ai prezzi di mercato; nel primo caso il valore aggiunto è calcolato sottraendo i consumi di beni e servizî intermedî dalla produzione valutata ai prezzi sostenuti dal produttore (integrata dagli eventuali contributi correnti versati dall’amministrazione pubblica), mentre nel secondo caso al valore aggiunto al costo dei fattori si aggiungono le imposte indirette e si detraggono i contributi alla produzione e all’esportazione. Nell’uso comune, il duplice sign. del termine è riscontrabile in moltissime espressioni: oggetto di grande v., di scarso v., privo di v.; un regalo, una pelliccia, un lampadario di v.; gioiello, quadro di inestimabile v., di incalcolabile v.; aumentare, crescere, scemare di v. (e anche dare, togliere, crescere v. a una cosa); indica più propr. il prezzo o l’equivalente in denaro, in espressioni come acquistare una partita di libri per il v. complessivo di ventimila euro; v. dichiarato, nei pacchi postali; campione senza v., merce spedita in pacco postale di modeste dimensioni, come campione, e quindi con tariffa ridotta. Per il v. nominale di titoli di credito (in contrapp. al loro v. di mercato), di monete (in contrapp. al v. intrinseco o reale) e di capitali sociali, v. nominale, n. 3 a. In matematica finanziaria, v. attuale di un capitale C disponibile tra n anni, il capitale che, impiegato oggi a un certo tasso, produce tra n anni un montante uguale a C; v. attuale di una rendita, il capitale che produce un rendimento uguale alla rendita. In diritto civile, debito di v., quello che ha per oggetto una prestazione o un bene considerati a prescindere dal loro valore monetario e che si trasforma in debito di valuta (cioè monetizzato) solo nel momento della sua effettiva liquidazione, restando fino a tale momento valutariamente indeterminato in quanto variabile a seconda delle oscillazioni del valore di mercato delle prestazioni o del bene oggetto del debito; in funzione di agg. invar., nella locuz. clausola valore, clausola contrattuale che prevede il debito di valore.

c. Oggetti di valore, o semplicem. valori, al plur., denominazione generica di gioielli e altri oggetti preziosi: la direzione dell’albergo non risponde dei valori non depositati in cassaforte. Nel linguaggio di borsa, valori, tutto ciò che può essere oggetto di negoziazione nelle borse (dette appunto borse valori), e cioè divise estere, azioni, obbligazioni, cartelle fondiarie, titoli di stato. I varî titoli emessi da enti privati e pubblici quotati nelle borse sono detti v. mobiliari, in contrapp. alle proprietà fondiarie. Carte valori, nome sotto il quale rientrano la carta moneta a corso legale e fiduciario emessa dallo stato (biglietti di stato), i titoli di credito dell’istituto di emissione e delle banche autorizzate alla loro emissione (vaglia cambiarî, assegni circolari, ecc.); rientrano tra le carte valori anche i v. bollati), cioè marche da bollo, francobolli, carte bollate e fissati bollati.

3. estens.

a. Il pregio che un’opera, spec. d’arte o dell’ingegno, ha indipendentemente dal prezzo che può valere in base a considerazioni varie, sia materiali e concrete (materia di cui l’opera è fatta), sia storiche, tecniche, estetiche, ecc. (antichità, importanza storica o documentaria, rarità, perfezione di fattura e di esecuzione, ecc.), ora oggettive (capacità di soddisfare determinate esigenze), ora soggettive (stima attribuita all’opera da singoli o da gruppi di persone, desiderio di possederla): quadro, statua, ceramica, poema, sinfonia, cimelio di grande v., e precisando: di grande v. estetico, artistico, documentario.

b. Importanza che una cosa, materiale o astratta, ha, sia oggettivamente in sé stessa, sia soggettivamente nel giudizio dei singoli: i giovani non possono comprendere interamente il v. della vita; non sai quale v. abbiano per me questi ricordi, queste fotografie; è una scoperta che ha un v. immenso; capisci il v. che avrebbe questa notizia se fosse vera?

c. In alcuni casi, come sinon. di validità o efficacia: se il documento non è timbrato non ha nessun v.; se lui si ostina a negare, le tue dichiarazioni non hanno più v. giuridico; soltanto la ricevuta ha v. di prova; disposizioni che hanno v. di legge.

d. Com., con alcuni dei sign. che precedono o anche con quelli economici, la locuz. mettere in valore (dal fr. mettre en valeur), valorizzare, cioè rendere fruttifero un bene, un capitale, o rendere utile una cosa, o anche, in senso più astratto, far giustamente apprezzare (è un riconoscimento che mette in v. i suoi meriti).

4. Usi e sign. scient. e tecnici:

a. In filosofia il termine non ha un sign. unico e universalmente accolto: è stato inteso come principio o idea di validità universale (i supremi v. dello spirito), o come principio, soprattutto di vita morale, dipendente da una valutazione soggettiva e pratica (tavola dei v.; rovesciamento dei v. o capovolgimento di tutti i v., espressioni di origine nietzschiana); giudizio di valore, in contrapp. al giudizio di realtà (riferito a ciò che avviene o a ciò che è accaduto), quello espresso su ciò che deve essere. In partic., filosofia dei v., corrente della prima metà del ’900 che, reagendo alla negazione materialistica e nietzschiana, riafferma, indipendentemente dalla metafisica, la validità dei principî etici, politici, religiosi, estetici, ecc. Dal punto di vista dei comportamenti sociali, si tende a considerare come valore ogni condizione o stato che l’individuo o più spesso una collettività reputa desiderabile, attribuendogli in genere significato e importanza particolari e assumendolo a criterio di valutazione di azioni e comportamenti: i v. della giustizia, della lealtà, del bene, ecc.; si parla quindi, più genericam., di diversi sistemi di valori (le cui componenti possono essere differenti se non inconciliabili), elaborati e sostenuti da gruppi sociali e culturali nel corso della storia; così, in antropologia culturale e in sociologia, sono detti valori gli elementi costitutivi della struttura sociale sui quali si manifesta l’adesione collettiva di ogni comunità; crisi dei v., l’indebolirsi e il venir meno della fiducia nei modelli etici e comportamentali tradizionali, condizione evocata spesso come criterio interpretativo del disorientamento ideale delle giovani generazioni nella società occidentale contemporanea.

b. In genetica, v. adattativo, locuz. che traduce l’ingl. fitness (v.). In biologia, v. biologico delle proteine, espressione con cui viene indicata la qualità nutritiva delle proteine alimentari.

c. In aritmetica, v. di una espressione, il numero che si ottiene eseguendo le operazioni indicate nell’espressione. Più in generale, nelle scienze matematiche e fisiche, la determinazione quantitativa assunta da una variabile o da una funzione, ovvero la misura di una grandezza (con segno, ove la grandezza sia suscettibile di valori positivi e negativi) rispetto a una data unità: la formula è valida per qualunque v. delle variabili; risolvendo l’equazione si determina il v. dell’incognita; a differenti altezze la pressione barometrica assume v. diversi; ecc. In partic., v. di soglia, il minimo valore che deve avere un agente per produrre un determinato effetto. In matematica, v. assoluto, il valore che si attribuisce a un numero relativo n prescindendo dal suo segno positivo o negativo, di norma indicato col simbolo |n|. In logica matematica, v. di verità, la qualifica di vero (V) o falso (F) che si applica a una proposizione o a una formula. In statistica, v. modale, v. normale o v. di massima frequenza, sinonimi di moda; v. mediano o v. centrale, sinonimi di mediana; v. medio (correntemente valor medio), sinon. di media nelle varie accezioni; v. medio aspettato, lo stesso che media della distribuzione di probabilità (v. media, n. 1 c). Per il v. nominale di una grandezza, in elettrotecnica, v. nominale (n. 3 b).

d. In musica, durata relativa delle note e delle pause corrispondenti. Nella notazione moderna, ogni figura di nota (breve, semibreve, minima, semiminima, croma, semicroma, biscroma, semibiscroma), o la pausa corrispondente, ha un valore doppio della figura o della pausa immediatamente minore. Il valore di una figura, o della pausa corrispondente, può essere accresciuto della sua metà con l’aggiunta di un punto; se vi sono due o tre punti, ciascuno determina un accrescimento di valore della metà del valore del punto precedente; legatura di valore, quella che, posta tra due o più note della stessa altezza, produce una nota di durata unica equivalente alla somma delle durate delle singole note legate.

5. Nelle espressioni con valore di …, avere valore di …, esprime in genere equivalenza tra due fatti, rispetto a singole qualità, o rispetto agli effetti, all’importanza, alla funzione: participio con v. di aggettivo; il suo silenzio ha il v. di una rinuncia; per me, le sue parole hanno (o acquistano) il v. di una promessa.

6. Riferito a parole, espressioni, segni, simboli, equivale a «significato»: specificare il v. di un vocabolo, di una locuzione, di un segno; non ho ben capito il v. della sua risposta; ma con riguardo a parole, può indicare anche il tono e il carattere stilistico: in questa frase, l’aggettivo acquista un v. particolare.

7. Nella terminologia della critica d’arte, si chiamano genericamente valori gli elementi del linguaggio figurativo, i caratteri costitutivi dello stile. Il termine, per acquistare un significato specifico, deve essere accompagnato da un agg.: v. decorativi, illustrativi, di movimento, ecc.; così, per es., si dice che Giotto ha realizzato nella sua pittura v. spaziali (v. spazialità); che nella pittura di Simone Martini o nella scultura di Agostino di Duccio predominano v. linearistici (v. linearismo), mentre nella pittura veneziana del Cinquecento predominano i v. tonali (v. tonale); che lo stile del Tintoretto, di Caravaggio, di Rembrandt si fonda su v. luministici (v. luminismo). In partic., si parla di v. plastici non soltanto in scultura o in architettura, ma anche in una pittura in quanto ottenga effetti di rilievo, e analogam. di v. pittorici in una scultura o in un’architettura in quanto affidino la loro validità artistica a effetti che sono peculiari della pittura, come l’effetto cromatico risultante dal rapporto della luce con l’ombra, e della superficie con l’atmosfera.

Leggi la definizione direttamente sul dizionario


Wikipedia

 

Il valore morale è il principio ideale in base al quale l’individuo o la collettività regolano la scelta del proprio comportamento.

Rapporti col relativismo e col moralismo

I valori si originano dalla realtà sociale e politica, si riferiscono all’organizzazione economica e giuridica, si rifanno alle tradizioni di una collettività e quindi mutano nel loro percorso storico.

I valori morali costituiscono l’oggetto dell’etica che indica i criteri che permettano all’uomo di giudicare i comportamenti propri e altrui. Le norme e i valori morali possono essere oggetto anche della morale ma mentre questa considera le norme e i valori come dati di fatto, condivisi da tutti, l’etica, oltre a condividere questo insieme, contiene anche la riflessione speculativa su norme e valori.

Un’ulteriore distinzione è propria del concetto di moralismo che implica una varietà di significati tra i quali quelli filosofici per cui i valori morali sono considerati superiori ad ogni altro principio dell’attività umana: com’è, ad esempio, nell’affermato primato della Ragion pratica sull’attività teoretica in Kant o nella filosofia di Fichte denominata “moralismo puro” per intendere che il principio dell’azione è a fondamento e giustificazione di ogni aspetto della vita dell’individuo. Nel senso comune moralismo viene inteso spregiativamente come un ipocrita richiamo ai valori morali usati con eccessiva intransigenza per una severa condanna dei comportamenti altrui.

Nell’ambito dell’etica l’assiologia (termine derivante dal greco axios (άξιος, valido, degno) e loghìa (λογία da λόγος -logos- studio) studia quali siano i valori che l’umanità ritiene tali riferendosi a una gerarchia ideale, basata metafisicamente, alla quale deve aspirare la scala dei valori umani per avvicinarsi quanto più possibile a essa.

 

Storia del concetto di valore morale

Una trattazione sul valore identificato con il buono e l’utile si ebbe nella storia della filosofia con i Sofisti.

«La cultura sofistica attraverso la critica della nozione di verità perviene ad una forma più radicale di relativismo. Non solo non esiste una verità assolutamente valida, ma l’unico metro di valutazione diviene l’individuo: per ciascuno è vera solamente la propria percezione soggettiva. Analogamente tale visione relativistica del mondo viene applicata al campo dell’etica… Non esistono azioni buone o cattive in sé; ciascuna azione deve essere valutata caso per caso.»

Protagora è l’esponente maggiore di questo relativismo gnoseologico ed etico radicale basato sul presupposto che «L’uomo è misura di tutte le cose: di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono» volendo affermare non che ognuno possa arbitrariamente decidere ciò che è vero e ciò che è falso ma che la distinzione tra il vero e il falso, tra il bene e il male, dipende dal rapporto che ognuno ha con il mondo sia quello della natura sia quello della società in cui vive. Come osservava Aristotele:

«Se ciò è vero, ne deriva che la stessa cosa è e non è, ed è cattiva o buona, e così via tutto quanto si esprime in termini opposti, per il fatto che spesso a questi una cosa par bella, a quelli il contrario, ed è misura ciò che appare a ciascuno.»

Con quella espressione Protagora metteva quindi fine al dibattito astratto che era nato tra i filosofi greci se la realtà fosse costituita dall'”essere” o dal “divenire”, dal “non essere”, mettendo anche in discussione ogni criterio distintivo tra il bene e il male. Il principio del bene come valore morale deve quindi essere messo da parte e sostituirlo con quelle conoscenze che possano generare utilità e piacere nell’individuo: “l’arte del vivere bene” che si possiede col “rendere più forte il discorso più debole”, con la retorica, suprema tecnica per la conquista del potere politico.

«Sapiente è colui che a uno di noi, a cui le cose appariscano ed esistano come cattive, riesca, invertendone il senso, a farle apparire ed esistere come buone…e così i sapienti e valenti oratori fanno apparire come giuste alla città le cose oneste invece delle disoneste»

I valori morali con i sofisti non dipendono più dalla nascita: essi superano l’antico ideale aristocratico guerriero del bello e del buono (kalokagathia), della forza fisica e del valore, e per questo sono avversati dai regimi conservatori e benpensanti scandalizzati dall’insegnamento a pagamento di una educazione che prima si trasmetteva di padre in figlio.

Socrate, a differenza dei sofisti, mirava a convincere l’interlocutore non ricorrendo ad argomenti retorici e suggestivi, ma sulla base di argomenti razionali tali che con il sapere si raggiungesse la conoscenza dei veri valori morali. Si tratta quindi di quello che è stato definito come intellettualismo etico che sosteneva che l’unica causa possibile del male fosse l’ignoranza del bene:

«So invece che commettere ingiustizia e disobbedire a chi è migliore di noi, dio o uomo, è cosa brutta e cattiva. Perciò davanti ai mali che so essere mali non temerò e non fuggirò mai quelli che non so se siano anche beni.»

Una volta conosciuto il bene, non è possibile astenersi dall’agire moralmente realizzando il bene che è “piacevole” in quanto genera la eudemonia, la serenità dell’animo. Il male dunque si opera perché lo si scambia, per ignoranza, con il valore del bene che non può tuttavia essere stabilito a priori una volta per tutte, ma occorre ricercarlo ininterrottamente confrontandosi con gli altri tramite il dialogo.

Con Platone contro il relativismo etico si afferma il valore morale dell’identità di bene, bello e vero che sarà la base metafisica e ontologica di ogni concetto di valore.

Così il significato di valore si trasferisce a quello di essere e verità o come affermava la scolastica il valore inteso come esse, verum e bonum determina le caratteristiche della creazione divina.

Con Immanuel Kant il problema dei valori viene impostato sulla distinzione di “essere” e “dover essere” dove quest’ultimo è proprio di una realtà autonoma e indipendente dal mondo empirico.

Una trattazione dedicata specificamente al tema del valore, ispirata dalla rinascita del pensiero kantiano, si è sviluppata nella seconda metà del XIX secolo dando vita a una “filosofia dei valori” intesi come convalidati dalla loro universalità filosofica e metafisica ispirata da Kant per il quale la metafisica è valida non come premessa ma come postulato della morale che in questo modo esercita un primato rispetto alla ragion pura.

Contro questa concezione si esprime l’opera Il paesaggio morale. Come la scienza determina i valori umani del filosofo, saggista e neuroscienziato statunitense Sam Harris il quale sostiene che l’unica struttura morale che valga la pena di considerare è quella in cui le cose “moralmente buone” si riferiscono all’aumento del “benessere delle creature coscienti”. Le “questioni morali” avranno risposte oggettive giuste o sbagliate a seconda dei fatti empirici, di ciò che induce la gente a star bene e prosperare. Sfidando l’antica nozione filosofica che non potremmo mai ottenere un dover essere da un essere come sostiene la “Filosofia dei valori”, Harris afferma che le questioni morali sono meglio perseguite utilizzando non solo la filosofia, ma anche e soprattutto il metodo scientifico. Così “la scienza può determinare i valori umani” si traduce in “la scienza può dirci quali valori conducano allo sviluppo umano”. È in questo senso che Harris raccomanda agli scienziati di iniziare a dibattere su una scienza normativa della “morale”.

Leggi la definizione direttamente su Wikipedia

Lascia un commento