Cielo

Glossario – Cielo

 

Etimo secondo TPS

 

Dal latino caelum, cielo, volta celeste, cupola. Secondo la maggior parte dei linguisti, dalla radice indoeuropea *KU-, modificata in *COI-/*COE-, con idea di essere convesso, essere gonfio, essere contenitore poiché ciò che da una parte rileva, dall’altra è cavo. Greco koilos, cavo, incavato; kytos, corpo concavo, vaso panciuto. Da notare che, in greco, cielo si dice invece ouranòs. Antico tedesco hol, moderno höhl, cavità. Italiano: cielo, dalla stessa radice di “cavo”, “cumulo”; derivando dal latino, esprime l’idea della cavità apparente che ci circonda, della volta eterea che tutto contiene. Essendo la volta trasparente e luminosa, ne derivano aggettivi come “celeste”. Secondo F. Rendich, la radice sarebbe “kal”, composta da [k], suono indicante il moto curvilineo, e da [ṛ/ar/al], suono che esprime l’idea di “giungere”: “che forma una curva o si arrotonda”, “che avvolge o copre”, “coppa”, “velo”, “colore” (DEC, p. 28).

 

Cielo indica la volta spaziale

 

Nel Lambdoma Generatore la definizione è: Il Cielo è la Veste radiante dello Spazio (3.2)


Treccani

 

cièlo s. m. [lat. caelum; in grafia tarda coelum]. –

1. La volta emisferica che sembra limitare verso l’alto la nostra visione e la cui base circolare sembra posare sull’orizzonte (in astronomia si distingue il c. diurno, di colore azzurro quando è senza nubi, più carico nelle regioni lontane dal Sole e verso l’orizzonte, e il c. notturno, che, in assenza di nubi, si presenta come una immensa cupola nerastra, disseminata di astri, alcuni dei quali riuniti in costellazioni, e che, per effetto del moto diurno della Terra, appare ruotare da est verso ovest): guardare verso il c.; una cometa apparve nel c.; l’atmosfera che avvolge la Terra: c. azzurro, sereno, nuvoloso; Sul muro grafito Che adombra i sedili rari L’arco del c. appare Finito (Montale); color del c., azzurro, celeste; il c. era tutto rosso del tramonto; il c. si oscurò per l’eclissi del Sole; passare la notte a c. aperto, a ciel sereno, all’aria aperta, senza nessun riparo; nell’industria estrattiva e nella tecnica mineraria, coltivazione a c. aperto, eseguita all’esterno, contrapposta alla coltivazione in sotterraneo (v. coltivazione); scavi a c. aperto (v. scavo). C. a pecorelle, espressione con cui si indica il cielo coperto per una vasta area, a circa 6000 m di quota, da nubi a cirrocumuli, indizio di alte correnti fredde a contatto con masse d’aria calda umida sottostante, con possibilità di cambiamento di tempo a breve scadenza (prov., c. a pecorelle, acqua a catinelle). C. plumbeo, interamente coperto da nubi stratificate, di color grigio più intenso se hanno spessore notevole, che si distendono sui 2000-2500 m di quota. In espressioni iperboliche: gli strilli arrivavano al c.; alzare, portare al c., esaltare, lodare assai; toccare il c. con un dito, essere molto contenti per qualche cosa, provare grande gioia per aver ottenuto quanto o più di quanto si sperava; ci corre quanto dal c. alla terra, c’è grandissima differenza; cosa che non sta né in cielo né in terra, cosa stranissima, assurda, inammissibile.

2. Zona più o meno ampia di volta celeste che si trova sopra una determinata regione: quel c. di Lombardia, così bello quand’è bello (Manzoni); quindi, mutare c., cambiare paese; sotto altro c., in altra regione, o anche con altro clima: piante che non attecchiscono sotto altro c.; in aeronautica, c. di Malta, c. di Tobruk, ecc., espressioni convenzionali per indicare la zona aerea che sta sopra la località menzionata.

3. Nel sistema tolemaico, e quindi anche nella concezione dantesca del paradiso, ciascuna delle sfere celesti: c. della Luna, c. di Mercurio, c. di Venere (il terzo c.), ecc.; ne rimane un ricordo in espressioni comuni come portare ai sette c.; salire al terzo c.; essere al settimo c., e sim.

4.a. Paradiso, sede di Dio e dei beati: la gloria del c.; ascendere, essere assunto in c.; Non isperate mai veder lo c. (Dante); salire al c., anche eufem., per «morire». Il sign. non muta al plur.: regno dei c.; Padre nostro che sei nei cieli, parole iniziali dell’orazione domenicale.

4.b Spesso con riferimento indiretto a Dio, alla Divina Provvidenza: pregare il c.; rassegnarsi ai voleri del c., ai decreti del c.; così ha voluto il c.; si vede che non era scritto in c., che non era destinato (ma forse l’espressione rispecchia antiche credenze astrologiche); è stato mandato dal c., è venuto molto opportunamente. In modi esclamativi: grazie al c.!, sia lodato il c.!, per manifestare appagamento, sollievo; giusto c.!, santo c.!, esclam. di dispiacere, disappunto, sdegno e sim.; per amor del c.!, in nome del c.!, pregando o scongiurando qualcuno; faccia il c. che …, volesse il c., per esprimere un desiderio; lo sa il c. se …, per confermare un’asserzione e di solito con rammarico: lo sa il c. se abbiamo fatto il possibile per aiutarlo; apriti c.!, nell’annunciare un fatto straordinario o violento; il c. ci scampi e liberi, formula di scongiuro.

5. Per estens. del 1° sign.:

5.a. Volta, copertura, parte alta interna: il c. della carrozza, il c. del forno; c. d’una stanza, il soffitto; c. del letto, il tetto del baldacchino.

5.b In scenotecnica, cieli (o arie; anche cieletti) sono gli elementi di scenario in tela, dipinti a cieli nuvolosi o sereni che, sospesi alla graticciata, servono a coprirne la visibilità; sono costituiti da diversi spezzati, tra i quali vi sono le aperture necessarie per le apparizioni di macchine scendenti dall’alto. c. In chirurgia, intervento a c. coperto, quello (es. osteotomia, tenotomia, ecc.) che viene eseguito introducendo lo strumento operatore sotto i tegumenti, senza inciderli, come avviene invece nei comuni interventi, detti a c. aperto o scoperto.

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Il cielo è lo spazio siderale percepibile della Terra o, per estensione, da un qualsiasi altro corpo celeste, visto dalla superficie. In presenza di una atmosfera si presenta con colori diversi a causa della rifrazione e diffusione della luce nell’atmosfera. Nel caso specifico del cielo terrestre, si presenta di colore variabile a causa dell’atmosfera terrestre e delle differenti condizioni di luce dipendenti da posizione geografica, quota, ora e periodo dell’anno. Generalmente di giorno il cielo appare di colore azzurro, con sfumature rosse o gialle all’alba e al tramonto. In caso di fenomeni meteorologici in corso, esso assume una colorazione grigiastra, più o meno scura. Quando non vi siano nuvole, sia di giorno che di notte è possibile vedere la Luna quando è sopra l’orizzonte e, di notte, le stelle. Di notte infatti il cielo senza luce solare appare nero ed è quindi possibile distinguere la luce delle stelle che di giorno non sono visibili in quanto la loro minor intensità luminosa viene “coperta” dalla luce solare: in questo caso si parla di cielo stellato.

Il colore azzurro del cielo è più scuro in alta montagna, a causa della minore densità dell’atmosfera. Sulla Luna, e su tutti i corpi celesti dove l’atmosfera manca del tutto, il “cielo” è perennemente nero.

I nove cieli

Mappa dei nove cieli ruotanti intorno alla Terra, ad opera di Giovanni di Paolo (1445)

Da sempre associato alla trascendenza e alla spiritualità, nell’antichità e per tutto il Medioevo si riteneva che il cielo fosse fatto di cristallo, cioè di un elemento trasparente e incorruttibile, che Platone e Aristotele chiamavano «etere». Osservando lo spostamento dei pianeti, si pensava inoltre che il cielo fosse composto da più strati, cioè che i vari pianeti fossero collocati su delle rispettive sfere in movimento, simili ad orbite, ognuno incastonato come una gemma in una di esse. Queste sfere, concentriche tra loro, e al cui centro si trovava la Terra, venivano appunto chiamate cieli, e ciascuna prendeva il nome dal pianeta che trasportava: vi erano quindi, dall’interno verso l’esterno, il cielo della Luna, il cielo di Mercurio, quello di Venere, del Sole, di Marte, di Giove, di Saturno: allora i pianeti conosciuti erano sette; anche la Luna e il Sole erano considerati pianeti, mentre la Terra non lo era.

Vi era poi, all’esterno di tutti, un ottavo cielo, detto delle stelle fisse, nel quale erano fissate le stelle più lontane; i teologi medievali aggiunsero inoltre un nono cielo, detto Primum mobile, e infine l’Empireo, sede di Dio. Si riteneva anche che ciascun cielo venisse mantenuto in movimento dalle gerarchie degli angeli a ciò deputati, chiamati anche intelligenze motrici: poteva esservi un angelo per ogni cielo, o anche uno per ogni singolo movimento del pianeta, poiché secondo il modello di Tolomeo il moto di ogni cielo era dato dalla somma di più movimenti semplici.

La rivoluzione astronomica operata da Niccolò Copernico e Newton ha sostituito la visione dei cieli o delle sfere orbitanti con la traiettoria delle orbite percorse dai rispettivi pianeti. La perdita della concezione animistica dei cieli, sebbene sostenuta ancora da Keplero, Paracelso, Bruno, ha indotto a spiegare il movimento degli astri sulla base del cosiddetto principio di inerzia, secondo il quale essi avrebbero la capacità di mantenersi in perpetuo movimento da soli senza l’intervento di intelligenze angeliche. Di nuovo Hegel, polemizzando contro Newton, sosteneva che i pianeti «si muovono come Dèi per l’aria leggera», che il sistema solare è un «essere animato», e che invece il meccanicismo si basa soltanto sulla «morta materia», ovvero sulla «morte che chiamano forza di inerzia».

Oggi è rimasta una traccia dell’antica cosmologia medievale nell’espressione «essere (o salire) al settimo cielo», che significa «raggiungere il massimo della felicità». La separazione tra scienza e religione, tra dimore fisiche e dimore spirituali, ha indotto comunque l’esegesi moderna a guardare all’altezza del cielo come «profondità» dell’anima, riprendendo l’etimologia del latino altus che significa sia «alto» che «profondo». In tal senso, non viene negata la struttura metafisica dell’universo, nella quale Dio è il centro e la fonte della vita che viene trasmessa e distribuita mediante i vari «Cieli».

Mitologia

Molte mitologie hanno divinità specialmente associate al cielo. Nella religione egizia, il cielo era divinizzato come la dea Nut e come il dio Horus. Dyeus è riconosciuto come il dio del cielo, o il cielo personificato, nella religione proto-indoeuropea, da cui Zeus, il dio del cielo e del tuono nella mitologia greca e il dio romano del cielo e del tuono Giove. Nella mitologia aborigena australiana, Altjira (o Arrernte) è il principale dio del cielo e anche il dio creatore. Nella mitologia irochese, Athensic era una dea del cielo che cadde a terra durante la creazione della Terra. Molte culture hanno disegnato costellazioni tra le stelle nel cielo, usandole in associazione con leggende e mitologia sulle loro divinità.

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