Contemplazione

Glossario – Contemplazione

 

Etimo secondo TPS

 

La parola deriva dal latino contemplatio, che significava “contemplazione”, “osservazione”, “prendere la mira” e che traeva origine dal verbo contemplor,

È composta da due elementi:

  • il prefisso cum-, con, che esprime unione, la cui radice non è stata ancora individuata con certezza: deriverebbe per alcuni linguisti dall’indoeuropea *SAM-, esprimendo l’azione [a] del legarsi [s], testimoniata dal sanscrito sam/saka, “simile”, dal greco amasyne dall’osco kom, “insieme”; per altri, in modo meno convincente, dalla radice *SAK-, che indica il concetto del seguire, accompagnare;
  • templum, porzione di cielo, spazio del cielo definito dall’augure per l’osservazione del volo degli uccelli (così lo definisce Varrone – Lat., vii, 8 -), luogo di osservazione, tempio.

Sul colle prescelto, l’augure alzava il lituo, un bastone arcuato nell’estremità superiore, con il gesto antico della tradizione etrusca, per tracciare solennemente i contorni della porzione di cielo che avrebbe letto, sulla base dei segni tracciati per volere della divinità.

Secondo il linguista Rendich il termine latino deriva dalla radice indoeuropea *TAM-, composta dai seguenti suoni: “misura [m] del moto tra due punti [t]”, articolandosi in tre significati:

  1. “spazio delimitato, ritagliato”, “tempio”
  2. “misura [m] del moto della luce [d/t], “tempo”
  3. “dividere”, “tagliare”.

In riferimento, si vedano il greco temenos, recinto sacro; il latino templum, “spazio consacrato agli dei”, tempus, tempo, letteralmente un “ritaglio”, un “frammento” di luce. (Franco Rendich, Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee, Roma 2010, Palombi Editore, p. 122)

Contemplare significa dunque letteralmente essere in armonia con lo spazio e con il tempo sacro, intesi quali “porzioni misurate di spazio e di luce”.

Nel testo di Alice A. Bailey, Dall’intelletto all’intuizione, Roma 1981, Editrice Nuova Era, pp. 98-99, la “contemplazione” è indicata quale uno stadio ben definito del processo meditativo:

“Il processo meditativo si divide in cinque parti, ognuna delle quali sfocia nella seguente. […]

  1. Concentrazione. L’atto di concentrare la mente, imparando a focalizzarla e quindi a farne uso.
  2. Meditazione. Il prolungato focalizzarsi dell’attenzione in qualsiasi direzione e il mantenere la mente ferma sul concetto voluto.
  3. Contemplazione. Attività dell’anima, distaccata dalla mente, la quale è mantenuta in stato di quiescenza.
  4. Illuminazione. Il risultato dei tre processi precedenti, implicante la trasmissione nella coscienza cerebrale della conoscenza acquisita.
  5. Ispirazione. Il risultato dell’illuminazione, quale si manifesta nella vita di servizio.”

In un articolo pubblicato su queste pagine, “Vedere l’Invisibile”, si osserva che “La cultura occidentale ha reso profonda la dicotomia tra “vita attiva” e “vita contemplativa” (e ne ha dato immagine nelle figure di Marta e Maria nell’incontro con il Cristo) connotando la seconda come via mistica, come atteggiamento nel quale si rivolge la mente, e il cuore, svuotati di ogni contenuto intellettuale verso una fonte elevata di luce ed amore, verso inviolati orizzonti spirituali; questa profonda concentrazione su cose spirituali diventerebbe di conseguenza garanzia e significato di ogni atto pratico della vita. […] Contemplare si delinea quindi come una precisa “azione” interiore, un preciso movimento interiore che permette di rivolgere, in piena consapevolezza e volontà, la propria coscienza, salda nella luce, verso il Modello e che la mantiene in quella Luce fino a identificarsi con quel lume.”

Si cita da ultimo un passo dell’Agni Yoga, da Sovramundano, § 341:

“Urusvati sa che l’armonia della vita raffina i sentimenti. L’armonia è il solo fattore indispensabile; accompagna tutto ciò che è più sottile ed elevato. Armonia, che grande concetto! Ma l’uomo la cerca all’esterno e la trascura nell’essenza delle cose. […] Non si comprende che la via per acquisirla sta nell’arte di pensare. Per realizzarla occorre la contemplazione profonda. In verità questa è la sola arte che raffina i sentimenti. […] Il Pensatore esortava al retto pensiero. Voleva che gli allievi si sentissero come artisti capaci di creare armonie sempre nuove.”

 

Contemplazione significa evocare il cielo in noi

 


Treccani

 

contemplazióne s. f. [dal lat. contemplatioonis]. –

1. Atto del contemplare, del guardare con assorto e intenso interesse: stare in c. del cielo, delle stelle, della natura; era in estatica c. di quella statua, di quel quadro, di quella bellissima donna.

2. Profonda concentrazione della mente nella meditazione di cose divine o spirituali: c. di Dio, della morte, delle verità eterne; nella teologia cattolica, c. infusa (o mistica), elevazione dell’anima sopra ogni modo ordinario di conoscere, fino a una cognizione semplice e affettiva di Dio. Con uso assol., vita ascetica, mistica: darsi alla c., vivere in contemplazione.

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Wikipedia

 

Nella spiritualità e nelle religioni la contemplazione è una pratica che affianca la preghiera e la meditazione, con le quali presenta punti di affinità.

La visione contemplativa di angeli e beati nel Paradiso, secondo Gustave Doré

La contemplazione nel Cristianesimo occidentale

 

Nel cristianesimo occidentale la contemplazione è associata al misticismo ed è legata alle opere di mistici quali Santa Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce.

La contemplazione è tenuta in grande riguardo soprattutto nel cattolicesimo, il cui grande teologo San Tommaso d’Aquino scrisse: «È necessario per il bene della comunità degli uomini che ci siano persone che si dedichino a una vita di contemplazione».

Un neotomista, Josef Pieper, commentò: «Perché è la contemplazione che preserva, in seno alla comunità degli uomini, la verità che è al contempo priva di utilità e parametro di ogni possibile utilità; così è la contemplazione che mantiene il vero fine in vista, dando significato a ogni atto pratico della vita».

La contemplazione nel Cristianesimo ortodosso

 

Nel cristianesimo orientale la contemplazione è sinonimo di visione divina e, in quanto tecnica, è espressa dalla tradizione ascetica dell’esicasmo. L’esicasmo, o vita nella quiete, comporta la pratica dell’orazione monologica, ossia di un’orazione composta da una semplice frase. Questa preghiera è recitata prestando attenzione al significato delle parole e senz’alcun uso della fantasia in modo da fare in modo che anche i propri ritmi vitali, il respiro e il battito cardiaco, la esprimano. Con questa preghiera – che non implica assolutamente un’attività mentale di concentrazione – l’intelletto intuitivo non è occupato da nulla che lo distragga e, purificato, discende nel centro più profondo della persona (il cuore). L’unità tra mente e cuore ricrea nell’uomo lo stato edenico perso con la disobbedienza del peccato. A quel punto l’uomo può avere l’intuizione della presenza divina in sé.

Maria di Betania (a sinistra) e sua sorella Marta (al centro), simboli tradizionali rispettivamente di contemplazione ed azione, in un dipinto di Jan Vermeer (1655 circa, National Gallery of Scotland, Edimburgo)

Il più grande difensore e diffusore della preghiera esicasta è stato Gregorio Palamas. Nel Cristianesimo ortodosso, la contemplazione non è dissociata dall’azione. Non esiste, dunque, la divisione occidentale tra vita attiva e vita contemplativa. I monaci possono vivere in monastero ma dedicarsi anche alla missione e alle opere di carità.

La contemplazione nelle altre religioni e dottrine filosofiche

 

Pratiche ricollegabili alla contemplazione sono rintracciabili anche in altre tradizioni religiose, ad esempio nel Buddismo.

Nella filosofia greca la contemplazione è una componente fondamentale della dottrina di Platone, secondo la quale, attraverso la contemplazione, l’anima umana può arrivare alla conoscenza di quelle forme divine sovrasensibili, chiamate «idee», con cui Dio opera nel mondo.

Anche per Plotino, esponente del neoplatonismo, la contemplazione è la chiave per raggiungere l’Uno. Mettendola in rapporto di complementarità-polarità con la processione, Plotino afferma infatti nelle Enneadi che la più alta forma di contemplazione consiste nel risalire all’inverso il processo discensivo dell’emanazione divina, arrivando a sperimentare la visione di Dio, cioè la Monade, o l’Uno.[1] Le stesse ipostasi ed esso inferiori si configurano come tali proprio perché contemplano il principio da cui discendono.[2] Il suo discepolo Porfirio ci tramanda che il maestro visse questa esperienza di estasi almeno quattro volte.[3]

Secondo la tradizione islamica il profeta Maometto si recava regolarmente da solo in cima al Monte Hira a contemplare la natura circostante la Mecca, la vita e il suo significato.

 

Contemplazione e meditazione

 

Individuo assorto nella contemplazione della natura

Le parole «contemplazione» e «meditazione» talvolta hanno significato diametralmente opposto a seconda che compaiano in un contesto occidentale o orientale.

In Occidente la contemplazione è intesa solitamente come un rivolgere la mente (svuotata di ogni altro contenuto) a Dio (nel Cristianesimo) o al bene (nel neoplatonismo), laddove la meditazione può richiedere un preciso esercizio mentale volto alla visualizzazione di una scena religiosa o alla riflessione su di un passaggio biblico. In Oriente il significato dei due termini è capovolto.

Per alcuni studiosi, tuttavia, il significato di “meditazione”, in Oriente, non corrisponderebbe ad un “rivolgere la mente”; bensì ad un ascolto senza alcuna “direzione” o “predisposizione”.

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