Imitazione

Glossario – Imitazione

 

Etimo secondo TPS

 

La parola deriva dalla latina imitatio, della quale ha mantenuto tutte le accezioni: imitazione, spirito di emulazione, riproduzione, imitazione di un suono, inclinazione a imitare.

Il termine origina dallo stesso etimo del verbo imitari, imitare, che nasce in realtà da *mimitari, dall’identica radice delle parole greche mimetés, mimos, “imitatore”, mimèomai, imitare: si tratta di termini derivanti dal raddoppiamento della radice indoeuropea *MA-, che esprime essenzialmente l’idea di rapporto, di misura ed è quindi lo stesso etimo della parola “modello”.

Vi è infatti nell’imitazione l’idea di “prendere per misura” un dato riferimento, un modello:

si veda ad es. il sanscrito mita, “misurato”. (Franco Rendich, Dizionario Etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee. Indoeuropeo- Sanscrito-Greco-Latino, Palombi Editori, 2010, p. 294)

Nel Sofista, Platone presenta la distinzione tra una mimesis icastica, o “arte della rappresentazione”, che produce un’immagine fedele al proprio modello, al primato dell’idea – rappresentazione è letteralmente “l’atto di essere di nuovo presente” – e una mimesis fantastica, o “arte dell’apparenza”, che invece produce un tipo di immagine che si allontana dal modello di riferimento (Platone, Opere complete, Sofista, ed. Laterza, 1971, §§ XLVIII – XLIX).

A Tommaso da Kempis, monaco tedesco vissuto tra il 1380 e il 1471, è stata attribuita l’opera mistica De Imitatione Christi, tanto stimata nell’Insegnamento dell’Agni Yoga, di cui si cita qui un passo:

“L’opera di Tommaso da Kempis, L’imitazione di Cristo, è da gran tempo apprezzata in Oriente, non solo per il contenuto, ma per lo stesso significato del titolo. Nel bel mezzo dell’idolatria medioevale per il Cristo, la voce di Tommaso da Kempis si levò in protesta. Dal chiuso di un monastero cattolico essa chiarì l’immagine del Grande Maestro. La parola stessa, “imitazione”, connota un’azione vitale. La formula: imitare il Cristo, è un atto del coraggio innato nello spirito cosciente, che accetta la piena responsabilità di creare. Ecco, il discepolo, di proposito, osa avvicinarsi al Maestro per imitarLo. Un simile esempio versò luce nel folto delle tenebre, e dalla clausura scaturì l’impeto verso il coraggio creativo. […] (Agni Yoga, § 13).

Un Discepolo contemporaneo, nella sua opera Le Mete Lontane, scrive, a proposito della Meta 4.1 della Tavola del Piano, “Imitazione della Vita Iniziatica della Gerarchia”: “[…] Imitare significa creare, per quanto ciò sia sorprendente, dapprima. Chi imita un modello superiore va per gradi. Quando ne ha colto un aspetto cerca di esprimerlo, valuta ciò che ha compiuto e lo raffronta con ciò che vede del Modello. Se la sua coscienza progredisce egli si avvede che il risultato è ancora molto lontano da quello, e con pazienza amorevole ci riprova. Si avvicina all’inesprimibile per gradi. […] Se si pensa che anche i Logoi planetari, sublimi Intelligenze, perseguono i Loro grandi Modelli, e che ricopiandoli per gradi si elevano di sfera in sfera, trascinando seco innumerevoli stormi di coscienze minori, si comprende la sua potenza implicita nell’atto di imitare creativamente il Superiore, e si vede perché il processo evolutivo, continuo in quanto sgorga da un impulso costante, si manifesta discontinuo negli effetti”. (Primo Vertice, Le mete lontaneMeta 4.1, ed. Nuova era, 2017, p. 94)

 

Imitazione significa tensione a realizzare il Modello


Treccani

 

imitazióne s. f. [dal lat. imitatioonis]. –

1. L’atto o il fatto di imitare, di operare cioè o di produrre ispirandosi a un modello che si cerca di uguagliare: i bambini hanno l’istinto dell’i.; l’i. della natura nell’arte; l’i. dei classici nell’Umanesimo; opera d’i.; virtù degna d’i.; è un esempio da proporre all’i. di tutti; fare, eseguire delle i., esibirsi in alcune i., negli spettacoli di varietà. Con accezioni o usi specifici:

1.a. In psicologia, processo dinamico, tipicamente infantile, che si verifica soprattutto attraverso l’adozione di modelli, e dal quale dipende gran parte dell’apprendimento e dello sviluppo della personalità.

1.b. In musica, la ripetizione, rigorosa o libera, da parte di una voce in contrappunto, a dati intervalli di tempo, di una frase già enunciata da altra voce: si può fare a qualunque intervallo di altezza, quindi anche all’unisono, ma più spesso all’ottava, alla quinta, alla quarta; è elemento essenziale, tra l’altro, dei varî tipi di canone. c. Nel linguaggio giur., i. servile, atto di concorrenza sleale, consistente nell’imitare i prodotti altrui in modo da creare confusione a danno dei prodotti stessi.

2. In senso concr., ogni prodotto, artigianale o industriale, o lavoro in genere, che imiti oggetti più pregiati prodotti dalla natura o dall’uomo, con particolare riferimento a pietre preziose artificiali, a tessuti che imitino la pelliccia, a materia plastica che riproduca l’aspetto della pelle: una bellissima i. della ceramica antica; un’i. del marmo ben riuscita. Anche, prodotto contraffatto e messo in commercio per una sleale concorrenza: è una volgare i.; diffidate delle imitazioni.

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Wikipedia

 

L’imitazione (dalla parola latina imitatio -onis , che discende a sua volta dal verbo imitāri – imitare) è un’attività di produzione o un comportamento non originale, basati su un modello preesistente che si ritiene valido e che si cerca di eguagliare intenzionalmente o casualmente.

La parola può avere sia valenza positiva, se il modello è preso solo come punto di partenza e stimolo, che negativa, quando la riproduzione è solo una sterile e pedissequa copia dell’esempio esistente.

 

L’imitazione nelle scienze umane

 

L’imitazione in filosofia ricorre sotto il termine greco mimesi che vuole spiegare il rapporto tra il principio primo e gli effetti materiali di questo. Dell’imitazione si è occupata anche la pedagogia in quanto questo comportamento, prima istintivo poi riflesso, costituisce una modalità fondamentale dell’apprendimento infantile e in genere di quello degli animali.

L’analisi psicologica ha messo in rilievo il pericolo di usare il termine imitazione in senso generico ed astratto riferendolo ad ogni tipo di atteggiamenti che si riferiscono a funzioni ed attività diverse: così se il bambino con l’imitazione acquista l’uso del linguaggio e si introduce nella cultura a cui appartiene, nell’adulto è la suggestione e l’identificazione che lo spinge ad imitare.

La psicologia dell’età evolutiva ha descritto la socializzazione infantile e la formazione della personalità come un processo durante il quale il bambino si rivolge a modelli privilegiati che egli trova nell’ambiente sociale in cui vive. Questa “socializzazione secondaria”, com’è stata chiamata, è soprattutto un fenomeno di identificazione.

Secondo la psicologa Susan Blackmore la capacità di imitare è stata la caratteristica distintiva fondante del processo culturale umano e non il linguaggio.

Gabriel Tarde

Gabriel Tarde è colui che per primo, ha preteso di studiare scientificamente il fenomeno sociale dell’imitazione, studiandone le “leggi” nella sua opera fondamentale sulle “Leggi dell’imitazione”. L’imitazione, per Tarde, è il fenomeno sociale elementare, così che la società viene definita “un gruppo di persone che presentano tra loro molte somiglianze prodotte per imitazione”. La sua è una vera e propria antropologia mimetica: “l’essere sociale, in quanto sociale, è essenzialmente imitatore”.

Jean Piaget

Jean Piaget si è interessato dell’imitazione collegandola allo sviluppo mentale del bambino quando, intorno al secondo anno d’età, dal livello senso-motorio, dove è già presente una primitiva semiotica (gioco simbolico, disegno, linguaggio…) passa a quello rappresentativo mentale dove raggiunge la padronanza dell’imitazione anche senza più il modello da imitare (“imitazione differita”).

Questo comportamento imitativo riguarda non solo l’individuo isolato ma anche colui che entra in rapporto con la società tramite l’imitazione di gesti, modi di dire, azioni che vengono condivisi come accade ad esempio in un rapporto di amicizia.

Il concetto di imitazione infatti costituisce il nucleo della psicologia sociale di Gabriel Tarde (1843–1904) che ha considerato questo fenomeno psicologico fondamentale nella costituzione dei rapporti sociali.

Karl Jaspers

La psicanalisi considera l’imitazione un fenomeno di identificazione per lo più con i propri genitori e si è interessata di particolari aspetti patologici come l’imitazione isterica originata dal fenomeno della suggestione che genera anche, come ha messo in rilievo Karl Jaspers, quella imitazione per contagio involontaria nelle masse:

«Nel senso più vasto appartengono ai fenomeni suggestivi le imitazioni involontarie… L’individuo perde nella folla la padronanza di se stesso. Non perché si entusiasmi da sé, ma perché la folla lo contagia, così si propagano le passioni; le mode e le usanze hanno la loro origine in questa imitazione… Noi giudichiamo, valutiamo, prendiamo posizione, riprendendo semplicemente, contro la volontà e senza saperlo, i giudizi e le valutazioni di altri. Non abbiamo affatto valutato, giudicato, preso posizione da noi, e tuttavia abbiamo il sentimento della presa di posizione personale. Questa adozione dei giudizi altrui senza un giudizio proprio, si chiama suggestione del giudizio… Ma le suggestioni possono essere anche intenzionali [come quelli causati da affetti vissuti in modo eccessivo e morboso come nel caso del plagio. In ogni relazione (tra maestro e allievo, tra terapeuta e paziente, tra direttore spirituale e fedele) possono intervenire elementi di manipolazione. Ma i rischi aumentano quanto più ci si allontana da una relazione naturale (o un gruppo si differenzia dalle comunità naturale)]»

René Girard

Anche l’antropologia ha rivolto la sua attenzione al fenomeno dell’imitazione che è stato sviluppato e assunto come istanza fondamentale dell’agire umano nella teoria mimetica dell’antropologo francese René Girard che afferma che tutte le azioni dell’uomo sono determinate dal suo desiderio di emulare e imitare (desiderio mimetico) qualcuno che gli appare felice, perché egli spera di arrivare a possedere la stessa felicità.

Imitando l’altro, però, spesso l’uomo trasforma il suo modello in un rivale e inizia a provare per lui sentimenti di invidia e odio.

Le relazioni personali risultano quindi un intreccio di micro-conflitti generalmente insanabili e sfociano in un conflitto generalizzato del tutti contro tutti.

Da questa situazione potenzialmente distruttiva i gruppi umani possono uscire in modo spontaneo solo se emerge, più o meno per caso, un unico rivale collettivo che attira involontariamente l’odio di tutti, reciprocamente imitato. Su tale essere si sfoga la frustrazione collettiva in forma generalmente di espulsione o eliminazione violenta.

Liberi da colui che è stato identificato come “il male”, i membri del gruppo si trovano (temporaneamente) riappacificati tra loro, e gli attribuiscono ora anche la responsabilità di questa soluzione liberatrice.

Ben presto però, il desiderio imitativo torna a fomentare l’intreccio di conflitti e porterà a una nuova soluzione violenta ai danni di un nuovo innocente. Nasce così il concetto di “sacro” primitivo, con il suo doppio volto di dio malevolo-benigno e la sua ciclica sete di vittime.

Secondo Girard esiste solo un’istanza culturale in grado di proporre agli uomini un’alternativa pacifica alla conclusione violenta delle loro crisi, e questo è il messaggio cristiano.

Cristo, accettando di divenire il capro espiatorio di turno, entra nel meccanismo dell’odio collettivo e, da dentro, lo scardina e lo svela in modo razionale con la sua predicazione, con i gesti da lui compiuti, e con l’evento della Risurrezione.

Il racconto della risurrezione degli dei primitivi è dunque frutto del meccanismo di capro espiatorio, perché non svela l’innocenza della vittima ma anzi nasconde il fatto stesso che la vittima è stata uccisa dagli uomini, ed è solo la manifestazione del fatto che la violenza umana ritorna. Al contrario, la Risurrezione di Cristo, che è la risurrezione di una vittima esplicitamente innocente e uccisa in modo arbitrario, produce l’annullamento del meccanismo di capro espiatorio e rende giustizia alle vittime di tutti i tempi.

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