[In collaborazione con Roberta C.]
La Bellezza della Morte
L’accompagnamento del morente sulla Via della Bellezza
“Nascita e morte appaiono come fenomeni discontinui a chi considera reale solo il mondo visibile. Ma se lo spirito riconosce l’infinità dell’invisibile, nascita e morte scompaiono del tutto e ciò che rimane è la perfetta continuità della vita.
Nessuno muore perché nessuno nasce.”
(Commenti a Infinito § 70)

Oggi, nel giorno della congiunzione eliocentrica tra Marte, Guerriero Solare, custode di tutte le battaglie e Melpomene (Asteroide 18), la divina Musa della tragedia, nel segno di Scorpio:
Contempliamo la Bellezza della morte!
“Urusvati sa della continuità della vita. Molti ne temono l’interruzione, e inventano molte spiegazioni per alimentare il loro desiderio di esistenza continua.
Alcuni intendono persino il sonno come un’interruzione, senza pensare che esso rinnova il ritmo e il contatto con le Forze superiori. Altri poi vanno oltre: non ammettono che il trapasso sia un semplice mutamento di stato, e sperano che la cosiddetta morte chiuda il conto.
La continuità dell’esistenza è una bellezza del Creato.
Si può vederla come una tensione.
Si può indossare un abito nuovo, ma il seme dello spirito vive di continuo. E non solo vive, ma risponde al Magnete cosmico.
L’umanità è tanto scaduta da non capire la bella legge dell’ascesa?
Se non si può osare di sperare che l’uomo accetti pienamente la legge della Creazione del Mondo, ascolti almeno la voce armoniosa della natura e ammetta l’esistenza della vita sovramundana.
Noi allora avremo un punto di contatto e risaneremo la coscienza umana.
Il Pensatore usava ripetere: “Accettate la continuità della vita, che conduce all’eternità”. (Sovramundano IV, 871)
Marte, il Templare dell’Amore-Desiderio che traduce il volere di Vulcano (1° Raggio di Volontà e Potere) in azione, la forza inarrestabile che manifesta la vittoria e il trionfo, si congiunge con Melpomene, Colei che canta l’Amore e il Sacrificio: il loro rapporto amplia il raggiungimento dell’Armonia e dell’Arte attraverso la trasformazione dei profondi conflitti e dei “dolori”, portando alla morte – per trasformazione – di ciò che non è più necessario e cristallizzato.
In questo giorno sacro alla morte, ove Scorpio introduce alla morte per soffocamento che libera l’uomo nel Centro planetario che chiamiamo Gerarchia (Astrologia Esoterica, p. 98), come Discepoli uniamo la nostra percezione e la nostra coscienza alla Gerarchia e vediamo, attraverso gli occhi del Cuore, l’aspetto più sublime di questa divina entità, la Morte, al lume della sua bellezza.
Come spiegare alla cultura materialista che la morte in sé stessa è Bellezza, Armonia e trasformazione?
Attraverso l’applicazione dell’osservazione, della comprensione amorevole e dell’intuizione, vedremo la morte come la divina essenza di bellezza, agente di trasformazione e d’amore incondizionato.
Fin dall’antichità la morte era vissuta come un evento naturale e ciclico, e la reincarnazione era una conseguenza naturale delle leggi della natura. Tale processo di continua nascita, morte e rinascita è presente in tutto ciò che ci circonda, basta solo vederlo con gli occhi della coscienza del Cuore, lasciando che si diradino tutte le nebbie dell’illusione che la nostra personalità ha creato nel corso delle nostre esistenze.

Nascere qui e morire qui,
Morire qui e nascere da un’altra parte, nascere là e morire là,
morire là e nascere da un’altra parte: questa è la ruota dell’esistenza
(Parole dal testo buddhista: Le domande di Milinda)
Per le derive personalistiche e di potere dell’uomo occidentale, la cultura delle masse è caduta nell’oblio della conoscenza Misterica, aggrappandosi a versioni dogmatiche e separative. Questo ha generato il dubbio e modificato l’immagine della morte, qualificando questa grande avventura come terribile, inquietante, distruttiva e instaurando nella coscienza emotiva degli uomini il dubbio su ciò che esiste oltre il suo velo.
Il leitmotiv della visione materialistica è che dobbiamo allungare la vita fisica il più possibile, solo in questo modo possiamo sconfiggere la morte.
“Nella società dei consumi il morente non sa morire e il medico è incapace di spiegargli il senso della morte. Il processo del morire cessa di essere un’avventura consapevolmente intrapresa per diventare un evento assurdo.” (Jean Ziegler)
Questa visione ha alimentato la paura del morire, nutrendo a dismisura questa energia lunare, e separando sempre di più l’uomo dalla conoscenza ed arte del vivere e del morire.
“Come ogni essere vivente, l’uomo subisce la morte, ma a differenza di tutti gli altri la nega con le sue credenze nell’aldilà. La morte è infatti l’avvenimento più naturalmente biologico ma anche il più culturale, quello da cui nascono la maggior parte dei miti, dei riti e delle religioni” (Edgar Morin)
Abbiamo dimenticato che il processo del morire è una vera è propria Arte, e come tale esprime la vera bellezza, agli occhi di coloro che sanno vedere.
“Ti abbiamo fatto una creatura né del Paradiso né della Terra, né mortale né immortale, perché tu possa, libero e orgoglioso artefice del tuo essere, modellarti nella forma che preferisci. Sarà in tuo potere scendere nelle più brute e basse forme di vita; sarai in grado, attraverso la tua decisione, di risalire di nuovo agli ordini superiori la cui vita è divina.”
(Pico della Mirandola – De hominis dignitate)
“Il pensiero della morte pende sospeso sulla coscienza umana come un fato funesto. Lo spettro della morte è presente come una cappa inevitabile e, al termine dell’esistenza, lo spirito conclude che lì deve finire la vita. Tale è il penoso cammino dello spirito dissociato dal Cosmo.
Senza sapere del principio e vedendo solo la fine, questi trascorre l’esistenza senza meta. Eppure chiunque potrebbe guadagnarsi l’immortalità, se solo ammettesse l’Infinito nella sua coscienza. Se non teme la morte, se con tutte le forze lotta per l’Infinito, lo spirito scopre la direzione verso le sfere dell’immensità cosmica.
Affermate voi stessi riconoscendovi immortali, instillate in tutte le vostre azioni una favilla di facoltà creativa del Fuoco cosmico, e quel fato inesorabile si trasformerà in un solo, continuo appello alla vita cosmica. La Nostra grande e giusta legge vi ha eletto a partecipare alle manifestazioni universali! Prendete coscienza dell’immortalità e della giustizia cosmica! Un magnifico progresso attende chiunque. Imparate a pensarvi immortali!” (Agni Yoga – Infinito I, § 70)
Ora si vuole raccontare cosa significa per la visione esoterica accompagnare il morente nel percorso del morire, come questo processo possa essere vissuto in bellezza e in armonia con la vita, tralasciando momentaneamente gli aspetti esoterici dell’arte del morire, ma osservando e comprendendo cosa significa “esserci” in quel momento di grande trasformazione, sperando che questo piccolo seme di bellezza possa crescere dove governa la paura.
Come accompagnare i morenti
La prima cosa da sapere è che possiamo morire attraverso tre vie di uscita: il Plesso Solare, il Cuore e il Centro della Testa.
Dal primo escono di solito gli animali, i bambini e le persone che vivono prevalentemente immerse nel mondo emotivo; dal secondo escono le persone emotivamente più raffinate e che si esprimono tramite sentimenti al posto delle emozioni, gli uomini onesti, gli idealisti e i mistici; dal terzo escono le persone mentali e focalizzate spiritualmente.
Il distacco dal piano materiale non è facile e non tutti riescono a farlo. Ecco perché le scuole esoteriche e soprattutto il buddhismo insistono molto sull’esercitazione al distacco, in quanto ci può aiutare sia nella vita fisica che nel momento di passaggio in quella più sottile. La sintesi del loro insegnamento è questa: la sofferenza è causata dal desiderio, la felicità è il distacco dai desideri (quindi dalla sofferenza).

Operare il distacco significa ad esempio riuscire a vedere e ad affrontare i problemi o occasioni della vita, facendo tutto ciò che riteniamo utile per migliorare i rapporti, distaccati dai risultati (sapendo che questi dipendono sempre da molte variabili).
Il distacco non significa indifferenza o insensibilità ma equidistanza. Distacco è rispetto: il termine rispetto deriva dal latino e significa «guardare di nuovo» o «guardare da lontano», cioè osservare gli altri non solo dal punto di vista superficiale ma in profondità e in modo equidistante senza volerli controllare o possedere. È comprendere che l’unica cosa che possiamo fare per gli altri, se li rispettiamo, è quella di aiutarli a reggere le prove della vita. Non possiamo risolvere i loro problemi, ma possiamo essere loro vicini quando chiedono un consiglio e hanno bisogno di essere rafforzati nel portare a termine le loro scelte.
Come dice un’antica regola di vita, bisogna comportarci in modo che l’altro dica di noi: «Mi è vicino e mi ama ed io sono forte abbastanza per fare ciò che ritengo giusto».
Il concetto di accompagnamento alla morte, riguarda infatti la “giusta postura” che l’operatore deve mantenere, nei confronti della persona che sta avviandosi al distacco. Non dovrà infatti precederlo con ‘soluzioni’ non richieste, atteggiandosi a “saggio o sapiente”, sicuro delle proprie conoscenze o realizzazioni; le persone muoiono in modo molto simile a come hanno vissuto, e se non hanno esperito alcuna forma di percorso spirituale autentico, a nulla serviranno parole o suggerimenti esterni. Non dovrà altresì mantenere una posizione arretrata, di attesa, perché la persona da accompagnare potrebbe non vederlo; sarà troppo presa dagli attaccamenti e dalla tempesta emotiva che caratterizza questi momenti, quindi un operatore scostante e distaccato potrebbe non essere di aiuto, o addirittura aumentare la confusione e la paura.
L’arte dell’accompagnamento consiste proprio nel camminare di fianco all’altro che muore, con discrezione ma con cura ed empatia; nel porre attenzione ai particolari, perché nel tempo in cui le parole non servono più, la relazione sarà costruita attraverso il contatto, non solamente fisico, ma soprattutto umano, in tutte le declinazioni. In una situazione di malattia in stadio avanzato, tutto ciò che riguarda la persona avrà a che fare con un senso di fretta, di urgenza: rincorrere un’ulteriore terapia, uno specialista che potrebbe rappresentare la possibilità di un miracolo, un nuovo ricovero ospedaliero.

L’operatore dovrà essere invece un “faro nella tempesta”, un porto sicuro dove l’altro potrà approdare in cerca di pace e consolazione; da qui l’importanza che chi accompagna abbia non solo una formazione di natura tecnica, ma soprattutto sia una persona il più possibile realizzata dal punto di vista spirituale, o quantomeno alla ricerca di un senso da dare a ciò che gli accade intorno, ogni giorno, ogni minuto. Infatti, nelle situazioni di fine vita, quello che possiamo trasmettere non è ciò che sappiamo, ma soprattutto ciò che siamo dal punto di vista umano. Ciò consentirà di aiutare la persona malata ad accettare la vita nonostante la malattia; accettare la malattia e la morte, per una persona che non abbia realizzato il senso attraverso un autentico percorso spirituale, rappresenta infatti un “salto troppo lungo”, esponendola al rischio di cadere nel baratro della disperazione, con tutto ciò che consegue, rischiando di affrontare gli ultimi momenti di vita in preda al terrore.

L’ultimo passaggio, fondamentale, che deve affrontare chi accompagna i morenti è rappresentato dalla capacità di saper lasciare andare al momento giusto, senza giudizio; dopo aver percorso un pezzo di strada insieme, quando sarà il tempo (il riconoscimento del “momento giusto” deriverà dall’esperienza, ma soprattutto dalla capacità di ascoltare e vedere l’altro oltre le apparenze e i condizionamenti), potrà lasciare quella mano che ha tenuto con cura e gentilezza, consentendo all’altro di effettuare il salto, nel modo in cui potrà.
La vera ricchezza, nei momenti difficili di una diagnosi infausta o dell’avvicinamento alla morte, sarà trovare qualcuno che porga quella mano; in fin dei conti, stiamo tutti morendo, è solo una questione di tempo e circostanze.
La vera bellezza della comprensione del morire sta proprio nell’esserci, nella sacra presenza quali servitori della Vita, nell’esprimere in quel momento preciso un Cuore che Ama e dona la propria esperienza, per facilitare l’Arte del Morire e tutto il percorso che questo bellissimo momento comporta, attraverso i Processi di Restituzione, Eliminazione ed Integrazione. (Vedi Guarigione Esoterica, pp. 394-5, 407).
Concludiamo questo viaggio nella bellezza della morte con una meravigliosa poesia di RUMI, affinché il nostro Cuore contempli la bellezza dell’infinito!
Ogni forma che vedi ha il suo Tipo supremo nell’Oltre spazio: se la forma scompare, non temere: la sua radice è eterna. Ogni immagine che vedi, ogni discorso che ascolti non penarti quando scompare, ché questo non è vero. Poiché eterna è la fonte, i suoi rami scorrono sempre, e poiché ambedue mai cessano, inutile è il lamento. Considera l’Anima come fontana e le opere sue come rivoli: finché la fonte dura scorrono freschi i ruscelli. Via dal cervello il dolore, e di quest’acqua pur bevi; non temere che si secchi, è acqua senza sponde! Da quando tu venisti in questo mondo d’esseri davanti ti fu messa, a salvarti, una scala. Fosti dapprima sasso, poi divenisti pianta, e ancora poi animale: come ciò t’è nascosto? Poi divenisti Uomo con scienza, mente e fede: guarda come ora è un Tutto quel corpo, già Parte della terra! E, trascorso oltre l’Uomo, diverrai Angelo certo, oltre questa terra, dopo: il tuo luogo è nei cieli. E passa ancora oltre l’Angelo e in quel Mare t’immergi: così tu, goccia, sarai mare immenso e Oceano. Smetti di parlar di “Figlio”, dì col cuore: “Uno”. Se il tuo corpo è vecchio, a che temere, se l’anima è giovane?
(Bausani (a cura di), Gialal ad-Din Rumi. Poesie mistiche, cit., p. 55.)





